martedì 29 novembre 2016

genitori, date dei limiti ai bambini (senza però esagerare)

Troppe volte mi capita di vedere genitori che non riescono a imporsi sui propri figli. A volte sembra quasi che i bambini abbiano l'autorità e il potere che spetterebbe ai genitori, mentre questi ultimi sembrano completamente inermi, burattini nelle mani di bambini irrispettosi di tutto e di tutti, centrati esclusivamente sui propri infiniti desideri, in una parola: bambini senza limiti!
E' spesso il caso di quelli che vengono chiamati e classificati bambini iperattivi: quelli che a scuola o all'asilo non stanno mai fermi, quelli che non studiano e non si applicano con costanza in nulla, quelli che non rispettano gli altri e le cose degli altri, quelli che esistono solo loro e i loro mille desideri.

Quando noi veniamo al mondo non abbiamo mica il senso del limite: esistiamo solo noi e solamente più tardi ci rendiamo conto che esistono anche gli altri, che il mondo non è tutto di nostra proprietà. E' naturale che noi da piccoli desideriamo fare e avere tutto ciò che ci piace! E' chi ci educa che ci deve far comprendere che esistono anche gli altri, che rappresentano dei limiti alla nostra onnipotenza. Se ciò non avviene, se nessuno ci limita nei nostri desideri, noi vorremo fare e avere tutto ciò che ci piace in ogni momento della nostra vita (quanti adulti purtroppo sono così).

E' necessario che qualcuno ci abitui a tollerare qualche frustrazione: non possiamo passare attraverso una serie infinita di gratificazioni! La vita non funziona così! Ci sono persone che, cresciute senza mai sopportare una frustrazione, vanno fuori di testa quando la vita gliene propone una un po' importante, ed è una cosa terribile vedere un adulto abituato a imporsi sempre, a pensare di avere sempre ragione, a riuscire a essere sempre un vincente, non riuscire ad arrendersi al fatto che una volta tanto non può fare o avere tutto ciò che vuole, che una volta tanto non arriva primo ma arriva secondo!

Bisogna che noi genitori ci imponiamo, quando riteniamo che nostro figlio stia volendo qualcosa di eccessivo, stia superando i limiti dell'accettabile! Dobbiamo essere responsabili innanzitutto verso nostro figlio. Non dobbiamo fargli il torto di dargli o fargli fare tutto ciò che vuole, perchè in questo modo egli vorrà sempre di più, la sua fame di appagare i propri desideri non si estinguerà mai, non gli darà tregua: a desiderio seguirà desiderio, senza mai fine. E diventerà iperattivo, non avrà mai nessun limite, niente lo potrà fermare, niente lo potrà far ragionare, far sedere, far star fermo: diventerà schiavo della continua necessità di appagare tutti i suoi desideri. Gli sarà preclusa la via dell'equilibrio, vivrà male, in continua agitazione: non troverà mai pace!

All'opposto, il bambino al quale i genitori negano sempre tutto, quello che deve fare sempre tutto quello che i genitori desiderano, quello che non ha la libertà di sperimentarsi nella vita, crescerà chiuso in se stesso, non potrà mai realizzare se stesso e i propri desideri: il mondo per lui sarà un luogo tristissimo, dove tenderà a trovarsi male, sentendosi incapace e inadeguato. La sua energia vitale tenderà a spegnersi, si chiuderà in sè e in casa, parlerà poco, avrà paura di relazionarsi con i coetanei, perchè non saprà cosa dire e cosa fare, avrà perso la spontaneità, l'energia vitale che viene dal potersi permettere di essere ciò che si è, nelle relazioni con gli altri e col mondo.

Queste due situazioni estreme ed opposte che ho rappresentato purtroppo stanno crescendo di numero nella nostra società: aumentano moltissimo sia i giovani iperattivi che quelli che non hanno rapporti col mondo, che stanno quasi sempre chiusi nella loro camera.

Come si fa, allora, a dare dei limiti senza esagerare?
A mio avviso bisogna, dialogando e spesso contrattando coi figli, definire i limiti che si ritengono giusti per l'età, guardando ciò che fanno i coetanei come punto di riferimento ma non come legge assoluta, dopodichè il rispetto dei limiti decisi insieme e che vanno bene ad entrambi, deve essere assoluto, incondizionato da parte di entrambi. Cioè, si litiga prima, ma quando ci si accorda, quell'accordo deve essere rispettato ( e questo vale anche per le promesse che noi facciamo ai figli: vanno sempre rispettate!).
In questo modo, giorno dopo giorno, si costruisce un patrimonio comune di fiducia alimentato dal fatto che noi genitori, da un lato, desideriamo sinceramente che nostro figlio possa fare il più possibile di ciò che desidera, ma dall'altro lato, abbiamo ben chiaro che nostro figlio dovrà vivere e accettare anche qualche frustrazione che riteniamo giusta (non per essere sadici, ma perchè è normale e naturale che nella vita si incontrino situazioni frustranti). 

Se noi concediamo gradualmente, diamo ai figli il senso del loro crescere e alimentiamo il loro desiderio, mentre concedere subito e sempre tutto, innesca una spirale di richieste continue sempre maggiori e potenzialmente senza limiti, che annulla il loro desiderio, perchè annulla la mancanza di qualcosa. La mancanza viene allora realizzata compulsivamente, immaginando, dopo poco tempo, un desiderio più grande di quello precedente, da realizzare senza indugio, senza aspettare, senza godere il tempo dell'attesa. La vita corre così verso l'infinito, freneticamente, tra un desiderio, la sua realizzazione immediata e il desiderio successivo.
Non concedere mai nulla, ovviamente, alimenta nei figli un senso di frustrazione perenne, la sensazione di vivere continuamente nella mancanza di qualcosa, mentre il futuro non può che essere vissuto come difficile e vuoto.     

sabato 23 luglio 2016

i volti nuovi della follia

Erano cose che succedevano soltanto in America: ragazzi che sparavano all'impazzata nelle scuole e università, serial killer che per anni tenevano in scacco la polizia, folli che sparavano per strada uccidendo a caso i passanti.
Da noi la follia omicida si manifestava quasi solo tra le mura domestiche: femminicidi, bimbi buttati dai balconi, orrori che si svolgevano in casa, in uno spazio chiuso.
Adesso non più. 
Adesso la follia anche da noi si unisce sempre più spesso con il gesto eclatante, la strage, l'omicidio di massa, quel gesto che dopo una vita fatta solamente di frustrazioni, ti permette finalmente di diventare l'eroe di un momento, quel momento nel quale puoi finalmente fargliela pagare alla società quella caparbietà nel rifiutarti, nel non amarti, nel lasciarti ai margini, nel guardarti sempre col sospetto che si ha per i matti. Quel momento nasce dal fatto che senti di non avere altre possibilità. Una sorta di suicidio prima del quale però almeno qualcuno paga il tuo conto.
E non importa chi uccidi: donne, vecchi, bambini, perchè la partita è fra te e tutti gli altri: tutti, nessuno escluso.
Le azioni eclatanti dell'Is hanno scatenato (nel senso etimologico di togliere le catene) la nostra follia, quella che pervade la nostra società e che abbiamo finora cercato accuratamente di non vedere, di nascondere a noi stessi. 
D'altra parte è storia vecchia: i manicomi servivano esattamente a questo: molti non erano matti, diventavano matti standoci segregati dentro.
Oggi la follia la vediamo sulle prime pagine dei giornali. Si presenta con modalità assurde e incomprensibili (sennò che follia sarebbe?), difficilmente prevedibili.
Oggi abbiamo due nemici: l'Is e la nostra follia, congiunti strettamente tra loro. E mentre la prima va affrontata su un piano sociale, politico e militare, la seconda ci è molto più vicina: è nella vita logorante che facciamo, è nella crisi economica che non permette lavoro e guadagno per tutti, ma soprattutto è nella mancanza di solidarietà, di ascolto, di accoglienza, di buoni sentimenti, di ideali di bene comune che ci incattiviscono e ci isolano gli uni dagli altri.
Siamo tutti alla ricerca di qualcuno che ci voglia bene, che ci ami, abbiamo bisogno tutti di amicizie vere, eppure sembra che sia difficilissimo in generale trovare qualcuno che ci ami davvero per parecchi anni, che ci rimanga amico per una vita.
Quanta negatività diffondiamo ogni giorno intorno a noi? Quanta paura abbiamo degli altri, quanto li teniamo a distanza, fregandocene delle loro vite e dei loro problemi?
Lo so bene che ciascuno di noi fa ciò che può, perchè quando esci dal lavoro con poche soddisfazioni e molto stress, si fa fatica a pensare anche agli altri.
Però dobbiamo ragionarci su queste cose, seriamente e con la massima urgenza.
Perchè dare tutta la colpa all'Is non è corretto e non ci aiuta a migliorare le nostre vite.
Anzi, un mio amico psichiatra sostiene che l'Is ci può aiutare a darci la spinta per cercare di cambiare le modalità insensate e a volte quasi folli del nostro vivere.

   

venerdì 1 aprile 2016

dal narcisismo all'amore

La cosa essenziale della vita è amare ed essere amati, l'ostacolo più grande che si frappone è il narcisismo.
Per molti di noi la vita è un viaggio dal narcisismo all'amore, dal bisogno compulsivo di essere amati, desiderati, apprezzati, alla capacità di amarsi e di amare gli altri veramente.
Il narcisista non si ama, ha una bassissima autostima, ha bisogno continuamente di altri che lo apprezzino, lo lodino, lo ammirino, perchè da solo non ce la fa, non riesce proprio a volersi bene, a darsi e a dare quel calore umano che permette il dialogo amoroso con se stesso e con gli altri, che rende capaci di affrontare fiduciosi le difficoltà della vita.
Solo se si è veramente amati da qualcuno, si può sapere con certezza che si può essere oggetto d'amore, che si è degni d'amore, si può sapere che l'amore esiste veramente e in cosa consiste. 
Se ciò non accade, si deve fare una fatica degna di un eroe, per arrivare a credere di potere essere degni d'amore nella speranza di incontrare qualcuno che si lasci amare da noi e che ci ami davvero. 
La psicoterapia può servire anche a questo, anzi, secondo me, è uno degli scopi più impegnativi e importanti che può cercare di raggiungere.
Anche perchè al narcisismo si attaccano come cozze depressione, paranoia, ansie, panico.
Superare il narcisismo significa acquisire una visione positiva di sè, degli altri, della vita. Significa poter godere davvero delle cose belle della vita. Significa essere veramente liberi. Liberi di amare e di lasciarsi amare gratuitamente.


venerdì 12 febbraio 2016

Genitori adolescenti? No grazie.

Due domeniche fa una gara ufficiale di calcio tra due squadre di ragazzi di 14-15 anni che si svolgeva in provincia di Modena è stata interrotta definitivamente dall'arbitro perchè in tribuna parecchi genitori dei ragazzi che stavano giocando si sono azzuffati tra di loro insultandosi e dandosele di santa ragione. 
Poichè la cosa non cessava nonostante i reiterati inviti degli allibiti ragazzi ai loro genitori affinchè la smettessero , l'arbitro ha mandato i giocatori negli spogliatoi.

Il giudice sportivo ha identificato i genitori responsabili del fatto, ha vietato loro di partecipare a gare sportive per un anno, ha comminato una multa di mille euro alle due società, ha ordinato che le prossime due gare si svolgessero a porte chiuse e ha dato partita persa ad entrambe le società, le quali, ad onor del vero, non c'entravano nulla, essendo anche, pare, due società dilettantistiche particolarmente serie e tranquille.

La notizia è inquietante, la classica punta dell'iceberg. Quale maturità dimostrano i genitori che vanno oltre un leale tifo sportivo per i propri figli, che non rispettano l'avversario e, quando è il caso, ne riconoscono il maggior valore, che vogliono la vittoria ad ogni costo, che danno sempre la colpa agli arbitri di tutto? 
Genitori adolescenti mai diventati maturi? No, grazie.

martedì 9 febbraio 2016

la maturità è in via di estinzione?



Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, perfino il linguaggio della giovinezza e, d'altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire?
Dov'è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore?
Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella "cultura giovanile" dei figli.

Gustavo Zagrebelsky
Senza adulti, pagg. 46-47
Einaudi ed., 2016

martedì 12 gennaio 2016

andrea camilleri

Amo il novantenne Andrea Camilleri, il creatore del commissario Montalbano, amo il Camilleri uomo prima ancora dello scrittore. Il padre o il nonno che tutti vorremmo avere, perchè conosce gli uomini e sa raccontarli. Amo la sua umanità.
In una intervista, alla considerazione che ci sono persone che a un certo punto della loro vita hanno la sensazione che quello che dovevano fare l'hanno già fatto e per questo si sentono senza scopo, il laico Camilleri risponde con un folgorante:
" Quello che dovevano fare l'hanno fatto, ma quello che avevano da conoscere, l'hanno conosciuto? 
Io sono curioso e la curiosità è infinita. Perchè non conoscere ancora? 
La storia di cui io faccio parte continua attorno a me, perchè me ne devo disinteressare? 
La curiosità per gli altri... 
La curiosità anche nel momento in cui stai per morire: (ridendo) chissà cosa ci aspetta?"

mercoledì 30 dicembre 2015

2016: un anno migliore

Pensando al 2016, un caro amico mi dice che è stanco di concepire la vita all'insegna delle tre S che, secondo lui, vengono ossessivamente proposte come valori da realizzare a tutti i costi nella nostra società per essere felici: Soldi, Sesso e Successo.
Se proprio si devono trovare tre parole-simbolo desiderabili che iniziano con la lettera S, lui propone Serenità, Salute e Semplicità. Sono d'accordo.
Certo, per realizzarle, bisogna impegnarsi. E' facile lasciarsi travolgere dall'ansia e dall'angoscia, dimenticarsi di prendersi cura del nostro corpo e della nostra psiche, perdere di vista le cose essenziali e naturali della vita.
Ma, soprattutto, ciò che molte volte ci rende difficile l'esistenza è la ricerca dell'Assoluto, in tutte le sue forme (Amore, Benessere, Bellezza, Giustizia, ecc.), unitamente alla mancanza di rispetto della relatività e dell'umana imperfezione di noi e degli altri.

Mi piacerebbe un 2016 dove ciò che è troppo basso cresca e ciò che è troppo alto cali, dove l'equilibrio tra gli opposti sia una condizione reale, ricercata come valore; un equilibrio non statico, ma dinamico, che non si identifichi con gli estremi.
Vorrei che perdessero di valore gli sport estremi, la ricerca di sensazioni estreme, perchè sono convinto che si può stare meglio senza porsi l'esagerazione come obiettivo assoluto da ricercare.
Vorrei che ciascuno si ascoltasse e cercasse di realizzare ciò che sente davvero importante per il proprio bene, rispettando la propria natura e la diversità degli altri.

Auguro di cuore a ciascuno di trovare dentro di sè le energie per stare meglio e per contribuire a fare del 2016 un anno migliore per tutti. 

lunedì 21 dicembre 2015

significati psicologici del Natale


Per chi è credente il Natale ha un valore fondamentalmente religioso. Ma anche chi non è credente può trovare in questa ricorrenza valori significativi.
Mi riferisco al valore simbolico della nascita, qualcosa che nasce dentro di noi, ci arricchisce e ci spinge a trasformarci in senso positivo, ad avere più fiducia e amore per la vita, per noi stessi e per gli altri.
Ama il prossimo tuo come te stesso, in termini psicologici, significa sottolineare il fatto che dobbiamo amare noi stessi come amiamo gli altri, non di più né di meno.
Cacciare i mercanti dal tempio significa dare valore a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo, superando la logica narcisistica del perseguire il proprio guadagno a spese degli altri.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra significa ricordarsi che tutti noi, in quanto esseri umani, abbiamo delle debolezze e quindi non avere timore di riconoscerle per migliorarci e smetterla di pensare che solamente gli altri siano i colpevoli di tutto ciò che riteniamo sia male.

Ricordo ancora una mattina di tanti anni fa, quando, svegliandomi, ricordai un sogno che avevo fatto nella notte: nel sogno si sapeva che la mia religione era di permettere ad ogni persona di avere la propria religione. In termini psicologici ciò significa permettere a ciascuno di essere ciò che veramente è.

Non è importante che uno sia credente o non credente, che sia ateo o che professi un qualsiasi credo religioso,  l'importante è che ciascuno riconosca le propria verità, i propri valori e cerchi di realizzarli concretamente attraverso una serie continua di nascite (e morti) successive, intendendo la vita come una continua ricerca di senso individuale, una serie continua di trasformazioni e prese di coscienza che avvengono in noi anche grazie all'ascolto e a relazioni rispettose di chi la pensa diversamente da noi.
E' triste che non avvengano nascite nella nostra vita interiore, che ci fossilizziamo troppo a lungo in credenze e certezze assolute. E' qualcosa che assomiglia allo stare in una palude, in un luogo senza relazioni con l'altro, in qualcosa che è simile alla freddezza e immobilità della morte.
Quindi il valore simbolico del Natale risiede per me in questo: un inno alla vita immaginata e vissuta come trasformazione continua, una nascita continua della consapevolezza di ciò che costituisce la nostra essenza individuale e della nostra capacità di relazione positiva con gli altri.

Qui sotto trovate un video con la straordinaria voce di Enya e con immagini molto suggestive che vi suggerisco di guardare a schermo intero per goderle nei particolari.


Auguri quindi per un Natale interiore e psicologico di crescita personale che duri tutto l'anno e non sia limitato ad una giornata sola.







lunedì 2 novembre 2015

sentirsi inutili


Forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo spesso dominati da sentimenti di inutilità.
A volte pensiamo che non si possa cambiare il mondo, anche se non ci piace per niente.
A volte pensiamo che le cose inevitabilmente andranno male sempre di più.
A volte pensiamo che i rapporti umani diventeranno sempre peggiori.
A volte pensiamo che sia inutile fare politica, perchè tanto non cambierà nulla.
A volte pensiamo che chi controlla i mercati finanziari continuerà ad imporci il suo potere.
A volte pensiamo che la tecnica e la tecnologia ci domineranno sempre più.
A volte pensiamo che saremo sempre più dei consumatori e sempre meno degli individui che pensano con la loro testa.
A volte pensiamo che la televisione ci farà sempre più il lavaggio del cervello.
A volte pensiamo che la gente sarà sempre più schizzata, incazzata, aggressiva e paranoica.
A volte pensiamo che non troveremo mai qualcuno che ameremo e che ci amerà.


Proviamo qualche volta a pensare che tutti questi pensieri ci tolgono lo spazio necessario per ascoltare la nostra diversità, la nostra autenticità, la nostra verità personale.
Proviamo a pensare che non siamo una cosa, un numero, un clone di qualcun altro, che possiamo essere anche in disaccordo con la maggioranza delle persone senza per questo essere pazzi o malati.
Proviamo a pensare che se non facciamo più distinzione tra ciò che a noi pare bene e ciò che ci sembra male, diventiamo amorfi, inconsistenti, completamente inutili.
Proviamo a pensare che se non mettiamo in pratica noi le virtù che desideriamo negli altri, dobbiamo incolpare anche noi stessi, oltre agli altri.
Stiamo col pensiero su di noi, riflettiamo su come ci comportiamo, sul bene o sul male che creiamo con le nostre azioni.
Proviamo a pensare un po' meno a quello che di male fa il mondo e concentriamoci un po' di più su quello che di buono potremmo fare noi.

C'è bisogno di sentirci meno inutili, altrimenti siamo già annullati, resi sterili, disumanizzati: chi vuole dominare il mondo, ne avrà guadagnato un'altra piccola fetta.  





martedì 20 ottobre 2015

il senso della nostra vita

A volte mi viene la sensazione che ci stiamo allontanando sempre di più da una percezione naturale della vita, soprattutto riguardo alla sua durata, che non è infinita.
Mi capita sempre più spesso di incontrare persone che vivono esclusivamente nel presente, come se la vita fosse tutta lì e il passato e il futuro non avessero la minima importanza. Altre vivono esclusivamente nel futuro, pensando o immaginando continuamente quello che potrà accadere loro (di bello o di brutto), ma trascurano di prendersi cura della loro realtà immediata. Altre vivono esclusivamente nel passato, pensando ossessivamente sempre agli stessi rimpianti, ai medesimi episodi di vita vissuta, ai presunti sbagli fatti o alle gioie vissute che non ritorneranno mai più.

Raramente incontro qualcuno che è serenamente cosciente di essere proprio lì dove temporalmente è, nel presente, con la consapevolezza di aver avuto un passato che, bello o brutto che sia stato, però è passato (e magari gli ha insegnato anche tante cose importanti), ricordandosi che davanti a sè ha un futuro, che potrà cercare di indirizzare proprio là dove desidera, utilizzando le esperienze positive e negative vissute in precedenza.

Siamo troppo ossessionati dal confronto con gli altri, siamo troppo dipendenti dalla ricerca ossessiva del benessere e diamo troppa importanza alla perfezione del nostro corpo e delle nostre prestazioni. 
Il confronto con gli altri spesso ci fa stare male e, per primeggiare, nascondiamo a noi stessi le nostre ombre (che continuano però a farci paura), invece di pacificarci con esse, di integrarle in un nostro modo più naturale di stare al mondo.

Non riusciamo più ad accettare di avere caratteristiche fisiche e mentali diverse da quelle degli altri, di avere una nostra individualità, che non potrà essere solo la somma di un insieme di perfezioni. Vorremmo eliminare i nostri difetti, primeggiare in ogni cosa, essere i numero uno, ma questa ricerca ci toglie energie, a volte ci schianta e, alla fine, ci deprime.
Si dà sempre meno valore alle differenze individuali, ai diversi ritmi di sviluppo dei bambini, ad esempio, che devono crescere rispettando parametri standard di prestazioni in tempi prestabiliti, pena la certificazione sempre più diffusa di strutture deficitarie di personalità.

Su tutti noi aleggia lo spettro dell'emarginazione: se non si è all'altezza degli altri, si finisce male.
Si arriva così a valutare noi stessi solamente in base ai risultati, alle competenze raggiunte, e dopo anni ci si accorge magari che non si riesce a capire che senso ha avuto la strada che abbiamo scelto, le decisioni che abbiamo preso in nome della ricerca del successo o del benessere. 
A volte ci accorgiamo di esserci allontanati dalla nostra essenza, dalla nostra naturalezza, e ci sentiamo ansiosi, tristi o depressi.
Inizia allora una specie di corsa a ritroso, come se cercassimo di tornare indietro su una scala mobile, per andare a recuperare il senso della nostra vita, ciò che siamo veramente, che per tanto tempo avevamo trascurato.

Se possiamo, quindi, cerchiamo sempre di rimanere in contatto con noi stessi, con la nostra autenticità, perchè è solo dentro di noi che possiamo trovare il senso del nostro stare al mondo, che spesso cerchiamo, a lungo e inutilmente, esclusivamente nel mondo esterno.  

lunedì 5 ottobre 2015

in cosa consiste una psicoterapia?


L'essenza di una psicoterapia o di un'analisi, a mio parere, consiste in questo: che progressivamente si stabilisce un sincero rapporto umano tra il paziente e il terapeuta, in virtù del quale il primo si sente libero di raccontare il più possibile di sè (ciò che veramente pensa, ciò che veramente sente, in una parola, le sue verità vere), mentre il terapeuta deve riuscire a fare tre cose: non spaventarsi di ciò che il paziente gli racconta, rimanendo sinceramente fiducioso sulla possibilità di un buon esito della terapia; distinguere sempre meglio cosa fa parte dell'autenticità psichica del paziente e, infine, trovare i modi e i tempi giusti per aiutare il paziente ad arrivare ad avere sempre più comprensione e affetto per la propria essenza e la propria vita (comprese le difficoltà). 
In definitiva, per come lo intendo io, il lavoro psicologico è una specie di allenamento a diventare sempre più consapevoli della propria autenticità e ad acquisire il coraggio di viverla il più possibile nella propria vita quotidiana.
Nella misura in cui ciò avviene, cresce il rispetto per gli altri e il desiderio di collaborare con loro nella realizzazione di mete comuni.   

giovedì 18 dicembre 2014

un regalo di Natale


Qual'è il più bel regalo che possiamo fare ai nostri figli per Natale?
Una maggiore fiducia in se stessi
Da un lato, evitando di denigrarli, di umiliarli, di accusarli con troppa facilità, facendo loro credere che non ce la potranno mai fare; dall'altro lato, evitando di far loro credere che si può migliorare senza fatica. Molto semplicemente, credendo in loro, nelle loro possibilità.
E anche noi genitori dobbiamo smettere di credere che essere genitori sufficientemente buoni sia quasi impossibile o, al contrario, che i figli ce la possano fare da soli: dobbiamo credere in noi come genitori!
I figli hanno bisogno dei genitori, hanno bisogno di qualcuno di cui possano fidarsi, che non tarpi loro le ali, nè che, al contrario, li esalti.
Dobbiamo far loro capire che possono anche sbagliare senza venire condannati per sempre, e che, d'altra parte, è bene che si impegnino a imparare qualcosa di nuovo, ad andare oltre i propri attuali limiti esistenziali.
I miglioramenti, in tutti i campi, non avvengono per caso o magicamente, ma in conseguenza di un consapevole impegno al quale dobbiamo attribuire un senso, senza il quale non andremo mai da nessuna parte.
La domanda fondamentale dell'esistenza è quella di senso: che senso ha la mia vita? Che senso ha fare questa o quella cosa? Che senso ha impegnarsi in qualcosa? Che senso ha non fare nulla dalla mattina alla sera? Dove voglio cercare di andare? In quale direzione? 
Sapendo che non c'è mai la certezza del risultato, ma nemmeno la certezza dell'insuccesso, e che ciò che fa davvero la differenza è cercare di fare qualcosa a cui io attribuisco un senso, che difficilmente riuscirò in tutto, ma che già un risultato parziale è un buon successo.
Dico queste cose perchè troppo spesso mi capita di vedere giovani senza speranza, senza ideali per cui lottare, senza una mappa delle strade che possono condurre verso la realizzazione dei loro più veri desideri, che spesso non conoscono nemmeno. E ancora, giovani che sono alla perenne ricerca di scorciatoie, di strade che portino a risultati importanti senza fare fatica, giovani cui manca completamente il piacere di accrescere le proprie capacità, affrontando le difficoltà.
E' la tentazione di tutti i genitori, quella di fare in modo che i propri figli non debbano faticare e soffrire, ma molte volte, se si esagera, non si permette loro di forgiarsi e quindi di far crescere la loro esperienza che ce la possono fare. Spesso otteniamo il risultato contrario: gli facciamo passare la voglia di fare fatica, di poter arrivare a dire: è stata dura, ma ce l'ho fatta!


venerdì 14 novembre 2014

sabato 4 ottobre 2014

la solitudine

La solitudine non nasce dal non avere nessuno intorno a noi, 
ma dal non riuscire a comunicare a nessuno 
le cose che per noi sono veramente importanti.

Carl G. Jung

lunedì 15 settembre 2014

una materna paternità

I mammi non mi piacciono, ma credo che non piacciano a nessuno.
Sono quei padri che abdicano al loro ruolo genitoriale maschile per diventare delle brutte copie delle madri.
Spesso i mammi assumono atteggiamenti genitoriali nevrotici, una serie di eccessi che poco hanno a che fare con un comportamento equilibrato e rassicurante per il bambino.
La settimana scorsa ero a Siena, splendida città, per ammirare i pavimenti del Duomo che fino a metà ottobre sono scoperti e quindi visibili al pubblico in tutta la loro magnificenza. Sono poi salito sul Facciatone, come i senesi chiamano l'altissima facciata di un grandissimo nuovo duomo che non venne mai terminato. Così è rimasta questa facciata, in cima alla quale si sale dall'interno in tutta sicurezza e dalla quale si può godere il bellissimo panorama della città sottostante su una specie di balcone ben protetto. Di fianco a me una famiglia con bambina di circa 7-8 anni. Il padre era agitatissimo e, appena arrivato, ha preteso di riportare giù immediatamente la bambina che si stava tranquillamente godendo il panorama. La mamma gli ha chiesto conto di tutta questa agitazione ingiustificata e lui ha nervosamente risposto cose assurde sulla sicurezza della bambina che, peraltro, teneva strettamente per mano, mentre conduceva in un luogo più sicuro la sua bambina.

Ben altra cosa è una sana ed autentica paternità che si arricchisce delle sfumature di tipo materno del prendersi cura affettivamente dei figli. Una paternità nella quale l'aspetto materno è in una certa misura presente ma non assume mai un ruolo centrale o prevalente e che non sovrasta, inquinandolo, il modo maschile di amare e rapportarsi con un figlio.

In ciascuno di noi è presente una componente psichica dell'altro sesso, ma questa parte non deve prevalere nè prevaricare l'Io; quando ciò avviene, sia nei maschi che nelle femmine, assistiamo a penosi scimmiottamenti delle modalità esistenziali dell'altro sesso, che danno all'osservatore esterno uno sgradevole senso di innaturalezza e forzatura.
Chi, invece, riesce a far convivere in sè creativamente gli aspetti maschili e femminili valorizzandoli entrambi, avrà maggiore capacità di relazionarsi con gli altri in modo realmente equilibrato e naturale.  

giovedì 14 agosto 2014

essere adulti ma anche bambini

Una delle cose che più ci fanno stare bene nella vita è riuscire a conciliare gli opposti: essere a volte un po' introversi e altre volte un po' estroversi, essere a volte attivi e altre volte passivi, essere a volte un po' remissivi e altre volte un po' decisi, senza identificarci completamente in uno solo dei due opposti.
Spesso, ad esempio, pensiamo che i bambini siano fortunati, perché vivono in un mondo fatto di gioco e privo di responsabilità, mentre per noi adulti vale esattamente il contrario.
Si sente spesso dire: divertiti finché sei giovane, perché poi...
Credo che questo modo di pensare sia fonte di malessere, perché sembra che noi adulti viviamo in un pianeta diverso da quello dei nostri figli e dei ragazzi in generale.
Vediamo spesso adulti seriosissimi che non giocano e non si divertono mai, oppure, al contrario, adulti che vivono come se fossero eterni adolescenti e non si assumono mai nessuna responsabilità: entrambi questi modi di vivere generano insoddisfazione, perché testimoniano l'incapacità di vivere pienamente e dinamicamente la propria vita.
Il segreto sta nel diventare adulti assumendosi le responsabilità che la vita man mano ci propone, mantenendo contemporaneamente la capacità di meravigliarsi per il nuovo, la voglia di giocare e di fare nuove conoscenze ed esperienze, caratteristiche che hanno i bambini più sani, quelli che crescono in modo più naturale.
Se riusciamo a fare così, non vedremo i bambini come altro da noi, non li percepiremo come se vivessero su un altro pianeta, come dice Paola Mastrocola, che su Il Sole 24 Ore del 27 luglio 2014 scrive:

Altri pianeti
Quando ci mettiamo vicino a un bambino, è possibile che di colpo lasciamo questo nostro pianeta, andiamo ad abitare nel suo e ci viene anche di metterci a parlare un'altra lingua: quella che parla lui. E' un processo che avviene molto naturalmente. E' proprio la naturalezza e immediatezza con cui avviene, che più mi sorprende.
Può capitare per esempio che una sera al ristorante, se siamo seduti vicino a un bambino, aspettando il secondo che non arriva mai, di colpo ci mettiamo il tappo della minerale su un occhio e diventiamo un pirata e cominciamo a parlare di mare e tempeste, assalti e isole del tesoro. Così, in modo del tutto naturale. Siamo semplicemente andati a finire su un altro pianeta, tutto qui. E parliamo quella lingua, che infatti il bambino comprende all'istante.
Credo che dovremmo farlo di più.
Credo che dovremmo farlo anche quando, al ristorante, siamo seduti vicino a un adulto.



Mi sto convincendo sempre di più che avere un buon rapporto con i bambini possa davvero contribuire a migliorare il mondo e che sia uno degli indicatori del nostro benessere psicologico.
Credo che sia importante che ce lo ricordiamo il più spesso possibile, perché crescere bene significa sì misurarsi con i doveri, ma anche permettersi a volte di giocare con naturalezza e spontaneità.


mercoledì 18 giugno 2014

il piacevole profumo dell'eternità

Vivere la seconda metà della vita significa fare i conti con la decadenza: del corpo, innanzitutto, ma anche delle energie e della memoria. E' la realtà e dobbiamo prenderne atto, possibilmente senza deprimerci troppo, cercando gli aspetti positivi e gradevoli dell'età matura.
In questi giorni mi è capitato, ad esempio, di pensare che passare alla decina successiva degli anni (50, 60 ecc.) è come salire uno scalino di una scaletta e raggiungere un'altezza maggiore, dalla quale si possono vedere più cose, un panorama più ampio, che quelli che stanno più in basso non possono ammirare.

E poi ci sono le cose che emanano un piacevole profumo di eternità: un amore, ad esempio, o un'amicizia profonda. 
Penso a quelle amicizie che esistono senza motivi specifici, che durano nel tempo perchè ci si relaziona proprio bene, perchè non ci sono mai problemi insormontabili, perchè c'è rispetto reciproco e assenza di giochi di potere, di invidie o competizione.
Sono come la natura, che sai che esiste e sempre esisterà perchè ha la sua ragion d'essere in sè, ha le sue leggi che la autoregolano e che si fondano sull'essenza di tutte le cose.

In un'epoca dominata dalla tecnologia, nella quale siamo tutti alle prese con il cambiamento continuo e veloce di tutto ciò che ci sta intorno, credo ci sia bisogno di individuare e coltivare con dedizione tutto ciò che ci può far vivere il piacevole sapore di ciò che dura a lungo nel tempo, l'inebriante profumo dell'eternità.
Dando la massima importanza, ovviamente, a ciò che percepiamo far parte di noi, della nostra vera essenza.

giovedì 5 giugno 2014

l'Italia va dallo psicologo

- Si accomodi e mi racconti cosa c'è che non va.
- Sono un po' depressa, sto attraversando un brutto periodo. Non vedo delle grandi prospettive davanti a me. Economicamente non va tanto bene. Certo, non sono alla frutta, ma da un po' di tempo guadagno molto meno di prima. E poi sono stanca, mi sembra che tutto sia così difficile. Ci sono un sacco di cose da cambiare nella mia vita ma non riesco a metterle in fila e soprattutto non ho la spinta necessaria per provare veramente a cambiare. Sono prigioniera delle vecchie abitudini e non so dove trovare la forza per cambiare. Mi sento impotente. Avrei bisogno di energie nuove, ma non so dove andarle a cercare. Vedo intorno a me altri soggetti che sono pieni di vita, che si danno da fare anche se sono in condizioni peggiori delle mie e invidio la loro energia, la loro motivazione a migliorare la propria situazione.
- Quindi lei non ha fiducia nel futuro?
- Questo è sicuramente un mio grande problema.
- Le è capitato di avere questo stato d'animo negativo altre volte o è la prima volta?
- Mah, prima di questa crisi, che ormai dura da qualche anno, ho attraversato momenti belli, di crescita, ero piena di energia, da giovane ero addirittura euforica pensando al futuro, poi c'è stata questa crisi che mi ha tarpato le ali.
- Ma lei era convinta che le cose sarebbero andate bene per sempre?
- Sì, forse questo è stato uno sbaglio, forse mi ero convinta che la vita sarebbe stata una crescita continua, una soddisfazione dopo l'altra, non so se mi spiego... forse non ero pronta ad accettare che nella vita ci possa essere anche qualche momento di crisi e, invece di affrontarla rimboccandomi le maniche, mi sono lasciata abbattere dagli eventi negativi.
- Insomma, lei pensava che la vita fosse un'autostrada...
- Forse sì, invece ho scoperto che non è così, che nella vita non ci sono solo luci ma anche molte ombre.
- Lei si lascia condizionare molto da quello che fanno o dicono gli altri?
- Credo di sì. Quando leggo sui giornali o vedo in televisione ciò che accade, il mio senso di impotenza aumenta.
- Ma sui giornali, spesso, le belle notizie non vengono raccontate: tante persone si impegnano, si danno da fare anche per gli altri, ma questo non fa notizia...
- E' vero, credo che una parte della mia depressione dipenda anche da questo.
- Lei qualche volta sta anche da sola? E se sì, come sta?
- Guardi, è veramente difficile avere qualche momento libero e, quando succede, cerco sempre delle distrazioni perchè ho bisogno di qualcosa che mi aiuti a non pensare a niente.
- Così però è difficile entrare in contatto con le sue parti positive e creative.
- E' vero, corro dalla mattina alla sera, faccio un sacco di cose e poi crollo per la stanchezza.
- Quindi non si ascolta? Non cerca di capire cosa vuole veramente? Cos'è che veramente le farebbe piacere, le darebbe energie? Non riesce a ritagliarsi qualche momento piacevole?
- Le ripeto, sono molto condizionata da quello che fanno e dicono gli altri.
- Quindi è per questo che è venuta qui?
- Sì, sono venuta a cercare un posto dove poter dialogare con me stessa, ascoltarmi e cercare di capire cosa voglio veramente dalla vita, cosa mi fa davvero bene, di che cosa ho veramente bisogno.
- Io credo che lei debba accettare che questa crisi esiste e poi cercare di trovare una motivazione, una direzione per un possibile cambiamento positivo. Però deve essere una motivazione forte e vera, altrimenti si lascerà prendere dallo sconforto alle prime difficoltà. Spesso la depressione e il senso di impotenza nascono dalla grande distanza che c'è tra la realtà quotidiana e l'ideale che noi abbiamo in mente. Forse bisognerebbe cominciare a pensare a piccoli ma reali cambiamenti, smettendo di dare per scontate tante vecchie abitudini.
- Sì, credo di avere bisogno di pormi come obiettivo qualche piccolo cambiamento che sia a portata di mano e cercare di realizzarlo. Così potrò prendere un po' di fiducia e il livello della mia autostima crescerà.
- Cosa dice, dottore, ce la potrò fare? Riuscirà ad aiutarmi?
- Sinceramente non lo so, non sono un mago! Però credo che sia necessario attivare tutte le energie positive che sono disponibili, cercare di far collaborare tra loro le diverse parti della sua personalità, ma soprattutto che lei si faccia un'idea chiara e precisa della sua vera identità, di ciò che lei è veramente e di ciò che vuole, guardando senza paura anche i suoi lati negativi, per cercare di superarli. Forse bisogna che lei impari a dare meno importanza alla facciata, a come lei appare agli altri e che cerchi di diventare consapevole delle cose che sono veramente importanti per lei e che poi cerchi di realizzarle. Senza deliri di onnipotenza né sentimenti di impotenza.         

martedì 27 maggio 2014

la sindrome del nido vuoto

Perchè i genitori devono sentire la propria casa vuota e la propria vita diventare quasi priva di senso quando un figlio va a vivere per conto proprio?
I figli si mettono al mondo per aiutarli a vivere la propria vita (che è diversa dalla nostra) oppure perchè essi diano, attraverso la loro presenza, un senso alla nostra? Il senso della nostra vita ce la danno i nostri figli?
Dobbiamo riflettere su queste domande fin da quando i nostri figli sono piccoli, perchè essi percepiscono chiaramente se noi genitori non siamo capaci di stare sufficientemente bene al mondo senza di loro. 
Se ciò avviene, invece di convogliare tutte le proprie energie vitali nella risoluzione dei problemi della propria esistenza, invece di ricercare le risposte che la vita pone loro in termini di scelte importanti, i figli sentono il dovere di occuparsi di noi, di farci da sostegno psicologico, gravandosi di un peso che non gli appartiene.
Sarebbe come se noi ci appoggiassimo fisicamente sulle loro spalle e impedissimo loro di camminare nel mondo liberamente, per affrontare i propri problemi e raggiungere i propri obiettivi esistenziali. Invece di avere dei genitori che li aiutano in questo faticoso compito, si troverebbero a doversi preoccupare del malessere dei genitori che non sono capaci di badare a se stessi.

Se i nostri genitori non ci hanno guardato e riconosciuto sufficientemente nella nostra individualità e non ci hanno dato quell'affetto che avremmo voluto avere, non abbiamo comunque il diritto di chiedere ai nostri figli l'appagamento delle nostre frustrazioni. I figli non devono nemmeno sostituire quell'attenzione e quell'amore che il nostro coniuge non ci ha dato o non ci dà.
Siamo noi che dobbiamo cercare di risolvere i nostri problemi affettivi, non i nostri figli. 
Loro non devono conoscere l'evolversi quotidiano del dolore che ci provocano le nostre carenze affettive. Non è bene raccontare ai propri figli tutto quello che ci disturba intimamente sul versante emotivo.
Dobbiamo farcene carico noi, perchè è la nostra vita, non la loro.

Se non possiamo fare a meno di comunicargli qualcosa dei nostri dispiaceri, dobbiamo però anche trasmettere in modo chiaro e sincero il messaggio che sono problemi nostri e che non riguardano loro. Non dobbiamo chiedere loro che ci telefonino sempre o che ci vengano a trovare troppo spesso solo perchè ci sentiamo tristi e soli senza di loro.
Lo so che a volte è difficile comportarsi così e che comunque è vero che ciascuno fa quello che può, ma dobbiamo cercare con tutte le nostre forze di occuparci di noi, di realizzare il nostro bene, di volerci bene il più possibile, perchè in questo modo avremo un figlio che sarà libero e felice di sentirci e venirci a trovare con il vero piacere di farlo. 
Volendoci bene, liberiamo nostro figlio dalla necessità di preoccuparsi troppo per noi e, in questo modo, facciamo a noi stessi (e anche a lui) il regalo più grande che esiste: la libertà di vivere la propria vita senza essere o avere un peso da sostenere.
E se, come spesso capita, sono i nostri genitori a pesare indebitamente su di noi, dobbiamo cercare di non farcene assillare troppo, anche per non riversare poi le nostre fatiche sui nostri figli, in una catena nevrotica generazionale che dovrebbe essere interrotta il più presto possibile per il bene di tutti. 
  
   

lunedì 12 maggio 2014

lo spazio come origine di tutte le cose

Una cosmogonia indiana racconta che al principio di tutte le cose c'era lo spazio e che da esso si è originata l'aria, poi il fuoco, ecc.
Ciò suona abbastanza strano a noi occidentali. 
Studiando la filosofia greca si impara che i vari filosofi pongono all'origine di tutte le cose chi l'aria, chi l'acqua, chi il fuoco, ma nessuno ha mai pensato allo spazio come inizio di tutte le cose.
E, d'altra parte, la potenzialità creatrice dello spazio, nella nostra società, non gode di molto credito.
Noi pensiamo allo spazio più come un mezzo che ci serve per muoverci, un vuoto che permette il movimento, ma, a dir la verità, al vuoto come valore in sè non ci pensiamo mica tanto: noi pensiamo solo al movimento, all'esistenza delle cose, diamo per scontato il vuoto e non gli diamo valore.
Questo è un grave errore, perchè se non ci fosse il vuoto, non potrebbe esserci il movimento, la creazione di qualcosa di nuovo. Il mondo sarebbe un unico blocco monolitico senza possibilità di trasformazione. Anche nelle relazioni è necessario uno spazio intermedio, un vuoto tra una persona e l'altra, altrimenti si rischia la fusione e la con-fusione.
Ma a noi il vuoto dà fastidio, perlopiù lo percepiamo in senso negativo e ci affrettiamo a riempirlo: se abbiamo qualche ora o una giornata vuota, ci diamo da fare per riempirla subito con impegni, appuntamenti, incontri, cose da fare.
Il vuoto lo comprimiamo, lo riduciamo il più possibile anche nel tempo libero dal lavoro, per non parlare poi di chi va in pensione e non sa che cosa fare tutto il giorno.
Ma cosa c'è nel vuoto che ci fa così timore?
Forse proprio la sua capacità di generare movimento, di creare trasformazione.
Nel vuoto c'è l'essenza del femminile, che non a caso fa paura ad alcuni maschi e che è legata strettamente alla creazione e al mistero della vita.
Il femminile è lo spazio vuoto accogliente che è capace di far nascere dentro di noi nuove idee e nuovi sentimenti mentre, nella realtà corporea, fa nascere nuovi bambini.
E' la mancanza di rigidità, è quella parte di noi che è a fianco della mente razionale, la parte destra del cervello che integra quella sinistra, che è deputata alla razionalità.
E' la parte creativa, intuitiva, che conosce il mondo in un modo diverso da quello razionale.
E' quella parte che anche noi maschi abbiamo, quella che, se dimenticata o non conosciuta, ci riduce a geometri dell'esistenza.
Se, al contrario, riusciamo ad integrarla dentro di noi con la parte maschile, proviamo una piacevole sensazione di totalità e completezza.